Trattogalleria
Claudio Corfone
a cura di Samuele Menin
2020
Avete presente un imbuto? Per parlare delle opere di Claudio Corfone vorrei ricorrere proprio a quest’immagine. Potrà sembrare inusuale, non lo metto in dubbio, eppure questo oggetto, e la sua funzione, rappresentano in modo calzante la sua azione poetica: un’osservazione del reale tradotta per deduzione ed elaborata attraverso l’immaginazione. Percorrendo “Dipinto in Italia” si potrebbe pensare ad un itinerario attraverso il Bel Paese, e quindi ad un viaggio che ci accomuna e parla di noi tutti, della nostra Estate Italiana; e questo, le opere presentate – così come i loro toli, distillati di mondi tra gioco e curiosità – lo comunicano in maniera intuitiva, con uno stile asciutto e pulito. Pensando alla pratica di Corfone non a caso parlo di deduzione, intendendola in termini aristotelici come un vero e proprio metodo: partendo da due affermazioni generali, l’artista giunge a una conclusione particolare, personale e immaginata, che entra a far parte del suo universo simbolico e semantico. Negli stessi termini, ma con esempi propri della nostra quotidianità, si può parlare del funzionamento di un imbuto, di uno strumento il cui processo consiste nel facilitare il travasamento da un contenitore ad un altro di una sostanza liquida; allo stesso modo, l’artista “traduce”, da un contesto all’altro un momento, una percezione o un oggetto. Si tratta di elementi sfuggenti, destinati ad essere dimenticati e a riaffiorare solo come memorie involontarie e inaspettate. Queste opere riportano in vita sensazioni e ricordi, ci parlano della necessità di trasformare tutto ciò in azione creativa, facendo emergere una possibilità poetica nascosta, presente solo in potenza – per coerenza, continuo ad usare categorie aristoteliche. Fermare l’istante, dare valore e potenziale a ciò che per convenzione non ne ha, esprimere prospettive ribaltate sondando la convenzione della cultura popolare, dove ‘popolare’ non ha un’accezione nega va ma al contrario sublimatoria: si parla della realtà di tutti, quotidiana. Attraverso queste considerazioni il contenitore in cui l’artista tramuta la realtà, e i linguaggi con cui comunica, sono state setacciate; gli oggetti sono diventa simboli, i paesaggi si sono trasformati in forme minimali, un po’ ironiche e un po’ concettuali. L’imbuto si è rovesciato, e ora l’oscillazione tra i due mondi comincia ad orientarsi in senso contrario: è lo spirito fanciullesco di noi osservatori che riemerge davanti alle opere, che diventano quasi un fermo immagine di racconto più ampio. Percepiamo il rumore dell’accartocciarsi della scultura Carta roccia, davanti ad Aghi di pino sentiamo il loro odore e la brezza di mare che deriva dal paesaggio circostante. Quasi fossero un DNA culturale che attraversa lo Stivale, questi lavori ci dicono qualcosa, qualcosa che non è nient’altro da noi stessi. Immagino l’artista mentre passeggia a piedi per i sen eri dei suoi amati Appennini, o mentre intraprende un viaggio in auto. Lo immagino aggirarsi per il centro Italia, magari proprio girovagando in un paesino come Jesi, e mi viene in mente l’uomo di latta in “Il Meraviglioso Mago di Oz”, il romanzo di Frank Baum; questo personaggio come copricapo indossa un imbuto rovesciato. Anche lui intraprende un viaggio, un viaggio alla ricerca del cuore. Rossella Farinotti





