Beatrice Pasquali
Non più grande di una mano aperta
A cura di Angela Madesani
2022

Ogni volta che vado a visitare una mostra o un museo, noto con una certa perplessitĆ che il pubblico si sofferma più sulle didascalie che sulle opere. ChissĆ ? Forse perchĆ© in un secondo tempo bisogna sciorinare liste infinite di quel che si ĆØ visto o forse solo creduto di vedere, come nella canzone di Paolo Conte, Tua cugina prima (Tutti a Venezia) del 1974: non importa vedere ma poi raccontare di avere visto. Un poā come quelli che appena arriva il piatto al ristorante lo fotografano e lo postano, prima di annusarlo, di assaggiarlo, di degustarlo. Il virtuale per alcuni ĆØ decisamente più importante del reale. Quando Beatrice Pasquali mi ha detto che stava lavorando a un nuovo ciclo di opere, che avevano a che fare con la pittura ma che pittura non erano, alludeva a queste tavolette quadrate di 14 x 14 cm, in cui si rimanda solo allāopera, ma che opera, nel senso tradizionale del termine, non sono. Lāorigine ĆØ da rintracciarsi in Man Ray e Marcel Duchamp artisti amatissimi, che dichiararono di essere più interessati allāidea dellāopera che allāopera stessa. Quella dellāartista ĆØ una risposta al tempo in cui ci ĆØ dato vivere, a un tempo che cerca di raccogliere per stupire più che di sperimentare, di studiare. La sua descrizione dei recenti lavori mi ha messo una profonda curiositĆ in corpo. Sapevo che da tempo stava facendo ricerche, sperimentando, guardando e nelle sue parole recenti sentivo una convinzione che mi attanagliava. Dunque un appuntamento a Milano in un bistrot finta Parigi con delle amiche. Alla fine del pranzo ci sediamo lei e io ai tavolini sul marciapiede-nel frattempo, tutti, compresi i ristoratori, se ne erano andati-e dalla sua valigia delle meraviglie, emozionata, Beatrice comincia a estrarre le Didascalie. Le tavolette che costituiscono il momento primo della mostra che questo testo accompagna. Sono in tutto 48, ma non tutte saranno proposte nel nostro libro sotto forma di immagine. La riflessione dalla quale Pasquali, fuori dalle correnti, dalle mode, libera battitrice in un mondo dellāarte sempre più vacuo e mercantile, muove ĆØ sul ruolo dellāartista: Ā«Non abbiamo più un committente, se mai partendo da unāindicazione, sviluppo ancor di più la mia identitĆ . Il pretesto ĆØ semplicemente quello che potrebbe impormi un motivo iconograficoĀ» . Da ormai parecchio tempo le sue sono autosuggestioni, che danno vita a dei cicli, cercando di affrontare una problematica, come in questo caso, in cui la didascalia viene creata prima dellāopera. Si tratta di un titolo figurato autoportante, Viridium fabula, la storia, la favola dei verdi, con una numerazione progressiva. Ha pensato al corredo dellāopera ancor prima che lāopera ci fosse. La domanda che sorge, che a me ĆØ sorta ĆØ: ma lāopera esiste? Non ĆØ questo il momento di rispondere. Di fronte a questi lavori non riesco a non pensare a unāopera di Maurizio Nannucci, protagonista di uno straordinario libro dāartista, Sessanta verdi naturali. Ć un lavoro concettuale, eseguito tra il 1973 e il 1974. Ha lāetĆ di Pasquali. Si tenta una catalogazione di ordine dei verdi, appunto. Con Viridium fabula le cose sono diverse, ma pare di scorgere un trasparente filo di collegamento. La prima didascalia del ciclo ĆØ dedicata a una papera, contornata da bottoni rossi, potrebbe essere un gioco. Del resto il gioco ĆØ una delle chiavi della sua ricerca, gioco duchampiano, munariano, enigmistico, rebus talvolta. Il rosso ĆØ pittura allo stato puro. La papera ĆØ figura mimetica. Creata la didascalia non ha, tuttavia pensato di creare lāopera, ma una seconda didascalia, cosƬ di seguito sino al 48, numero giocoso: Ā«6 x 8 48 vai in cucina e fai il risottoĀ», cosƬ una filastrocca dellāinfanzia per imparare le tabelline. La seconda con gli elefanti, animali esotici, che qui si toccano, si sfiorano. Pasquali ha certo in mente i Trionfi di Cesare di Mantegna, in cui i pachidermi sfilano compatti. Lā interesse per la storia dellāarte ĆØ evidente in tutto il suo lavoro. Le sue sono didascalie per immaginare, cosƬ Borges in Finzioni e non solo. I richiami sono molti, alle Metamorfosi di Ovidio, delle quali lāartista parla come se si trattasse di attualitĆ . Un asino, personaggio che torna più volte nellāopera del poeta latino ĆØ di lato, accanto a una sorta di siparietto di velluto verde. Beatrice ricorda che cāĆØ pure unāantica mela del centro-sud Italia, la Capo dāasino. Il suo ĆØ un continuo saltare tra mondi diversi. E il sipario verde? Anche qui un altro riferimento, al sipario-pannello realizzato da AndrĆ© Masson con cespuglietti verdi per coprire LāOrigine du Monde di Gustave Courbet, allāinterno della casa di campagna di Guitrancourt di Jacques Lacan, che aveva acquistato lāopera dal gallerista Karel Zoubek, insieme a sua moglie Sylvia Bataille, nel 1955, ottantanove anni dopo che era stata realizzata. Le didascalie non sono necessariamente pensate per opere dāarte, il contesto ĆØ ampio. Ovidio, le scienze naturali, Plinio il Vecchio: sono alcuni dei suoi amori che tornano in questi lavori, diversi dal solito, in cui le figurine sono seccamente tagliate con il laser. Le sue sono come imitazioni, che riproducono comportamenti, li esplorano. E quindi lāanatomia, ci sono finte linguette che parrebbe di poter tirare, come in un pop up, per giungere alla profonditĆ dei fenomeni. Una testa di donna, una sorta di garƧonne anni Venti, vagamente Louise Brooks, o modellino di Coco Chanel, rivela in realtĆ una parte miologica del collo. Due becchi di anatre congiunte formano un cuore, potrebbe essere una didascalia per un racconto dāamore. E ancora la leggerezza di un fiore di un alchechengi, che rimanda a una sorta di gabbia delle fiabe. In più di una didascalia lāatmosfera ĆØ crepuscolare, appaiono timidi cervidi, ma anche volpi. Il crepuscolo ĆØ il momento dellāAngelus, Millet ĆØ solo un rimando possibile. La luce si abbassa, i colori delle didascalie sono più freddi. Sempre daini sono i protagonisti del diorama in cui sono più livelli. Il diorama ĆØ il mondo di Daguerre. La gallina ĆØ panciuta, nel suo ventre cāĆØ spazio per le uova dāoro. A forma di uovo erano anche gli uteri sezionati, realizzati per unāaltra mostra che abbiamo fatto insieme allāinizio della nostra conoscenza, almeno venticinque anni fa. Oggetti che rimandano alla Specola fiorentina, al mondo delle cere, che Pasquali ama e studia da sempre. I personaggi che sfilano sulle mensole di ferro al primo piano della galleria sono molteplici, ĆØ unāimmersione continua, in cui ci sono il Pop, quello facile delle rivistine da barbiere, ma anche i medievali Tacuina sanitatis, dei quali la didascalia con il cinghialetto sproporzionato sembra una pagina, ma anche lāalchimia, la magia, la ritualitĆ . Il riferimento allāinfanzia ĆØ proprio della sua ricerca, la tana o la tasca e qui il riferimento ĆØ alle sorelle Agazzi, due pedagogiste italiane, vissute tra Ottocento e Novecento, che hanno rivoluzionato la scuola dell'infanzia, trasformando l'asilo in un ambiente a misura di bambino, ispirato al modello della casa. Quando i bambini arrivavano in classe, le āsorellineā facevano svuotare loro le tasche, per lavorare su quella moltitudine di oggetti che vi erano raccolti: ghiande, fazzoletti, castagne selvatiche, fiori, pezzi di stoffa e chi più ne ha più ne metta. Uno stimolo alla fantasia dei fanciulli che arrivavano alle scuole lombarde, dove le due insegnavano, attraverso i campi, magari con gli zoccolini di legno. A Beatrice le Agazzi ricordano le sorelle Morandi, maestre elementari che avevano insegnato in Africa orientale, che allāospite giunto allāimprovviso preparano pollo al curry e non tortellini in brodo. Ho avuto la fortuna di conoscerne una, Maria Teresa, donna intelligente, riservata che andai a trovare a Grizzana, nella casa progettata dal fratello pittore. Era piena di libri di arte, filosofia, letteratura. Un ricordo indelebile. Il lavoro di Pasquali entra nella psiche di chi guarda, stimola i ricordi, i rimandi. Una mano ha dei bigliettini legati alle dita, ci sono dei topolini e poi le rane. Ć la Batracomiomachia del fanciullo Giacomo, che studiava nella biblioteca paterna a Recanati. Forse un riferimento cāĆØ? Alcune delle sagome sono tattili, riempite di stoffa, ma anche di pelliccia come la salamandra gialla e nera, che rimanda alla trasformazione. Lāanatomia di un fiore sporge come se fosse un modello ligneo presente nelle antiche raccolte naturalistiche delle scuole e dei musei, oggetti che, scavando con lo sguardo, ĆØ possibile trovare nello studio veronese di Beatrice. Come nelle sue opere, anche nel suo studio quello che ci viene proposto ĆØ un viaggio in una wunderkammer, in cui le meraviglie sono le idee che vengono prima delle opere proprio come per i due Dada⦠Una didascalia propone una lunaria, pianta trasparente esoterica. Attraverso i suoi fiori, delicati come un cristallo di Boemia, ĆØ, infatti, possibile leggere la sorte. In unāaltra ĆØ il corpo di unāape ormai passata a quella condizione misteriosa che ĆØ la cosiddetta miglior vita. DiventerĆ oggetto di catalogazione per un entomologo che immaginiamo avventurarsi nei suoi mondi. Lo stesso entomologo guarderĆ alla cavalletta accompagnata da una pelliccia bianca, un insettone che fa paura ai bambini, preso da un mondo librario al quale Beatrice fa spesso riferimento, quello de I Quindici . Anche io ricordo di avere consultato quei libroni odorosi di stampa, di avere letto storie, canzoni e filastrocche quando non andavo ancora alla scuola elementare. Leggevo ad alta voce per esercitarmi: Ā«Da bambina non hai i veri impegni, però hai degli impegni importantissimi con te stessaĀ» . Dalla stessa collana di libri, Pasquali trae anche il gioco delle ombre cinesi al quale dedica una didascalia. Il riferimento ĆØ al precinema, al mondo delle lanterne magiche, quello dellāinfanzia dorata di Fanny e Alexander di Ingmar Bergman. Un mazzo di asparagi legati con due nastrini viola riporta, per lo meno concettualmente, allāopera di Manet del 1880, venduta allāamico banchiere Charles Ephrussi, che avendogliela pagata 200 franchi più del dovuto si vide, dopo qualche tempo, recapitare a casa unāopera con un solo asparago, accompagnata da un biglietto di ringraziamento: Ā«Ne mancava uno al vostro mazzoĀ». Il mazzo di asparagi ĆØ utilizzato anche da Alberto Savinio nel suo Ascolto il tuo cuore cittĆ per descrivere il Duomo di Milano. Sempre al piano superiore della galleria ĆØ una didascalia diversa dalle altre, in essa sono dei conigli che si picchiano nella neve, stanno giocando. Non ĆØ numerata ma riporta: I, II, III, IV, V, VI, 2025. Il rimando ĆØ al piano inferiore dove ĆØ la vera sorpresa. Sei steli lunghe 134 cm e larghe 14 cm. Sono sei soggetti ai quali le didascalie possono fare riferimento, tavole poste su MDF modanato, laccato di un rosa chiarissimo. Rosa del resto ĆØ la didascalia al piano superiore. Soggetto sono dei cervi che entrano in un bosco, dopo una nevicata, siamo agli albori del giorno. Nelle altre sono un volo di gru, una volpe, delle pecore, un temporale. Il formato verticale della stringa rimanda ai dettagli di unāopera di Giovanni Bellini, il Trittico di Santa Maria Gloriosa dei Frari a Venezia. Di lato ai santi Nicola e Pietro a sinistra e Marco e Benedetto a destra, sono dei dettagli allungati di paesaggio. Nelle opere di Beatrice la scena ĆØ collocata nella parte inferiore, il resto ĆØ cielo: ĆØ un lavoro romantico, intimista al quale le didascalie Viridium fabula rimandano. Non vi sono risposte, soluzioni. Le questioni rimangono aperte per riuscire a continuare il cammino. Angela Madesani












