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Luciano Sozio

In attesa del tempo

A cura di Angela Madesani

2026

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Tensioni Note sul lavoro di Luciano Sozio Pittura antropologica, forse la definizione è eccessiva, come eccessive e inutili, tuttavia, sono tutte le etichette. Il nostro è solo un tentativo di lettura, di comprensione di un lavoro che si muove in diverse direzioni, ma che, in realtà, è incentrato sull’uomo, sui suoi comportamenti, sulla sua evoluzione che comporta obbligatoriamente un’involuzione, una perdita. È la macrostoria in cui si inseriscono miliardi di microstorie dimenticate. Il saggio Sapiens Da animali a dèi dello storico e filosofo israeliano, Yuval Noah Harari, ha segnato fortemente la sua ricerca degli ultimi anni. In esso è analizzata la storia dell’umanità dall’evoluzione delle specie umane arcaiche dell’età della pietra sino a oggi. Le discipline prese in causa sono molteplici. L’artista è attento alla direzione che la nostra specie sta prendendo in un momento complesso come quello che ci è dato vivere. Per la mostra alla galleria Arrivada abbiamo scelto una quindicina di lavori provenienti da alcune serie realizzate negli ultimi quattro anni. Le due opere della serie Hunter hanno come soggetto due uomini impegnati in azioni di ordinaria banalità. Uno, stravaccato su una sedia, lancia svogliato delle bucce di mandarino. Sta cercando di spegnere una candela sulla sua traiettoria. La candela, la fiamma la luce. I richiami alla pittura non si contano. Georges de La Tour, ma anche Gerhard Richter. Nel dipinto di Sozio la candela non è protagonista, è una parte del tutto, con un ruolo determinante. È la rêverie del puro sognatore che guarda, osserva si ipnotizza, così Gaston Bachelard. In The mirror un giovanotto elegante, vestito all’inglese, con i mocassini di camoscio ornati da una piccola nappa, tenta di fare centro. Ha in mano una zolletta di zucchero, la tiene sospesa su una tazza di caffè. In entrambe le opere le tonalità sono fredde. Nessuno dei due è un ritratto. «Parto quasi sempre dal disegno, a volte utilizzo una reference come spunto, poi mi lascio andare. Devo cadere nell’opera, mi abbandono alla pittura. Emergono delle facce, dei volti, delle espressioni che probabilmente ho archiviato nel mio immaginario». L’espressione cadere nell’opera mi riporta a un consiglio di lettura che Luciano mi ha dato qualche mese fa, Sulla pittura del filosofo Gilles Deleuze. È l’entrata nel caos, che non è come noi lo intendiamo. Mi pare di leggerlo qui al di là delle linee, delle coazioni. Sozio cade nell’opera perché ha bisogno di un clima di sospensione dell’esistenza, quello stesso clima che percepiamo evidente nelle Fly trap, delle quali ci occuperemo più in là. Ancora una volta è l’uomo il protagonista, è l’artista stesso che ha bisogno di porsi in una dimensione di pura osservazione, che avverte, netta, la necessità di sospensione del tempo, dello sguardo. Anche in queste due opere vi sono piccole parti prive di pittura, come negli altri lavori di Sozio, in cui emerge il lino grezzo del Belgio preparato. La parte incompiuta costituisce forse la possibilità di uscire da quanto si è realizzato. «Se chiudessi completamente la superficie rimarrei intrappolato. L’assenza di pittura è una via d’uscita che cerco di sublimare dal punto di vista poetico e pittorico attraverso la composizione». Nell’uomo con le bucce d’arancia, il rettangolino in alto, è il punto di fuoco dell’opera, il punctum, così Roland Barthes in Camera chiara. Sempre nella sala superiore dello spazio espositivo sono due still life. In una su una tovaglia è posto un tegame di terracotta. All’interno di essa sono quattro grandi limoni. In mezzo ai frutti si scorge un intruso: è una palla da tennis. La situazione è spiazzante. Luciano è stato un giocatore di tennis. Nell’altro dipinto è un piatto entro cui sono delle bucce di mandarini, sulla tovaglia sono foglie. È come la continuazione dell’opera in cui il giovane uomo cerca di spegnere la candela. il tempo è sospeso. Il rimando è alla storia dell’arte, alla pittura del Novecento, alle atmosfere di Giorgio Morandi. Momento primigenio di tutto questo è la preparazione del supporto, attraverso la stratificazione, che talvolta dura più dell’esecuzione del dipinto. È come una forma di digiuno prima di una meditazione, che lo aiuta a introdursi nell’opera. «Quando preparo queste tele, sono costretto ad attendere i tempi della tela e a frenare l’impulso di dipingere». È un controllo totale che parte dall’apprettatura per giungere all’imprimitura e dunque alla stesura del colore che prepara con i pigmenti. Le sue ricette sono frutto di studio e sperimentazione condotte nel corso degli anni. Ci sono tante cose che stimolano il suo presente, gli incontri con le persone, le letture. Ultimamente lo hanno accompagnato due maestri invisibili, Raymond Carver e Rainer Maria Rilke. Due autori complementari, uno che punta all’assoluto, l’altro che punta alle cose di tutti i giorni, al quotidiano, alla superficie, al dettaglio con il senso del tragico. Il senso di sospensione che emerge non è, tuttavia, un ambito vuoto, privo di energie. Anzi. È un po’ come quando si vedono i lampi, scariche elettriche atmosferiche, in cielo, che precedono i tuoni, i boati causati dalla rapida espansione dell’aria surriscaldata dal fulmine. È il processo che precede la pioggia che Luciano, che ha vissuto la sua infanzia nella campagna molisana, ha sempre avvertito con trepidazione e gioia. «Credo che sia la metafora dell’esistenza». Nessuno può sapere quando arriverà la fine. In queste sue opere Sozio lavora su qualcosa che sta per accadere, ma che non è del tutto prevedibile. È un allenamento a “far cadere i diaframmi”, a superare le immagini convenzionali, così Morandi, pittore amatissimo. La maggior parte delle opere in mostra fa parte della serie Fly Trap, una serie antecedente. Si tratta perlopiù di costruzioni, composizioni costituite da pochi elementi di recupero montati secondo schemi diversi. Quella di Sozio è una ricerca silente, appassionata, che necessita di metodo, di studio sia per realizzarla che per comprenderla in tutta la sua intelligenza raffinata e misurata. È una pittura che poggia le sue più profonde radici nella tradizione in quel longhiano mondo di “poesia dei minimi”, che ci conduce a Piero della Francesca e per la stessa via a Morandi. Ogni opera è la perfetta costruzione di un teatrino più o meno complesso, come un piccolo diorama. «Quando nasce una serie c’è sempre una catena di situazioni che convergono in un punto esatto. Uno dei miei primi ricordi risale a quasi quarant’anni fa, ero nel giardino della casa dei miei genitori a Isernia e mi annoiavo parecchio, così ho deciso di cacciare tutte le farfalle e di spingerle verso l’interno della casa […]. Poco prima di realizzare Fly Traps, a Bologna, avevo visto una bellissima mostra di Morandi. Tornato in studio ho pensato alla possibilità di ribaltare il paradigma del vaso con il fiore». Definire le Fly Traps nature morte è a dir poco banalizzante, ci troviamo piuttosto di fronte a degli still life, nel senso letterale del termine, in cui il tempo è bloccato. Tempo del quale Sozio pare prendersi gioco, in relazione all’unica certezza dell’esistenza, la sua fine. In fondo la trappola non è che un oggetto di morte. Così accade anche quando diciamo che siamo prigionieri dei nostri pensieri, della nostra mente. La mente è come un bicchiere capovolto, può essere una trappola. «È il bisogno di sentirsi contenuti in un altrove, con la possibilità di ritornare in qualsiasi momento. Chi guarda non deve cadere in trappola per sempre, ha la possibilità di uscirne, di ritrovarsi». Lo scopo è forse quello di farsi domande, che resteranno, tuttavia, prive di risposta. L’artista cerca di uscire dalla dinamica irreversibile di quanto ci aspetta. Una dinamica che all’uomo non è dato conoscere nella sua completezza, velata dal mistero stesso dell’esistenza, al quale Sozio fa riferimento attraverso gli spazi non dipinti, che troviamo in tutte le sue opere. In tutto questo è l’impermanenza, il concetto buddhista che descrive la natura transitoria di tutti i fenomeni condizionati, fisici e mentali. I dettagli, la buccia di arancia, la zolletta di zucchero, i cunei dei telai sono oggetti della memoria. Ha iniziato a lavorarci quando è scoppiata la guerra in Ucraina, in un momento di destabilizzazione. Oggi le cose sono messe ancora peggio. Il mondo è in crisi, le guerre si sono espanse a macchia d’olio, il futuro è a maggior ragione incerto. Ogni opera è frutto di numerosi tentativi di costruzione. In ognuno di questi lavori è la precarietà del tutto, l’incertezza che segna la vita di ciascuno di noi. Le sue sono opere mentali. La chiave di lettura, il senso, per sua stessa ammissione, è al di fuori dell’opera: il filo che regge ogni cosa è nelle mani dello spettatore, che per forza di cose deve emanciparsi dalla sua passività. È la precarietà del fenomeno e dell’esistenza che rimanda, anche iconograficamente, alla sua grande passione nei confronti dell’artista funambolo Philip Petit, che negli anni Settanta ha camminato e danzato su un filo teso tra le torri gemelle a New York. Un personaggio che oscilla tra il silenzio della concentrazione estrema e la follia del coraggio altrettanto estremo. Anche nelle sue opere di questa serie delicata e potente, rasserenante e crudele al tempo stesso, in cui domina il bianco, tutto potrebbe finire da un momento all’altro. Potrebbe accadere qualcosa, manifestarsi un evento che per un istante e in un attimo può rompere la simmetria dei fenomeni e il riferimento torna alla fine, alla morte. L’artista dichiara un senso di responsabilità, in un tempo storico in cui sembra mancare del tutto. Nessuno vuole prendersela. Rendendo partecipe lo spettatore, gli si lasciano in mano le redini del gioco. L’artista parla, in tal senso, con un riferimento alla teoria della percezione, di “completamento amodale”, un concetto sul quale anche Morandi ha lavorato parecchio. I lavori in mostra sono tutti ambientati all’interno, altri, recentemente realizzati guardano al circostante. Il riferimento, come già scritto è sempre ad Harari, che ha fatto un’arguta riflessione sul fatto che l’uomo, che all’inizio era in fondo alla classifica dei predatori, oggi ne è al vertice e per questo si sente un’invincibile divinità. La forza, la prepotenza, l’arroganza paiono dominare. Le nostre tane sono le case, i luoghi dove ci sentiamo al sicuro. Forse, tuttavia, potrebbe trattarsi di una trappola? La solitudine inquieta, la paura dominano le nostre esistenze. Nella ricerca di Sozio è una dimensione di surrealtà fortemente poetica, in cui sono, tuttavia, presenti gli Hunters, i cacciatori. È il male di vivere che, come scriveva il poeta, è la statua nella sonnolenza, è il giovane tiratore di bucce, che conosce la noia, l’accidia, in una dimensione anacronistica, in rapporto a un mondo che pare non avere pause di sorta. Angela Madesani, 2026

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